Articolo da Repubblica – Eugenio Scalfari gennaio 30, 2012
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Quando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso conto che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri obiettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliono esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea.
La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti.
La cassa può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento. Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d’una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente. I lavoratori e il sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto che il salario e la forza-lavoro sono variabili indipendenti. Sono sciocchezze perché in un’economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall’altra.
Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell’occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco. Naturalmente non possiamo abbandonare i licenziati al loro destino. Il salto che si fa ammettendo il principio del licenziamento degli esuberi e limitando l’assistenza della cassa integrazione a un anno è enorme ed è interesse generale quello di non rendere drammatica ed esplosiva questa situazione sociale. Perciò dobbiamo tutelare con precedenza assoluta i lavoratori licenziati. Alla base di tutto però c’è il problema dello sviluppo. Se l’economia ristagna o retrocede la situazione sociale può diventare insostenibile. La sola soluzione è la ripresa dello sviluppo.
Quando si deve rinunciare al proprio “particulare” in vista di obiettivi nobili ma che in concreto impongono sacrifici, ci vuole una dose molto elevata di coscienza politica e di classe. Si è parlato molto, da parte della borghesia italiana, del guaio che in Italia ci sia un sindacato di classe. Ebbene, se non ci fosse un’alta coscienza di classe, discorsi come questo sarebbero improponibili. Abbiamo detto che la soluzione delle presenti difficoltà e il riassorbimento della disoccupazione sta tutto nell’avviare un’intensa fase di sviluppo. Per collaborare a questo obiettivo noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici, ad un grande programma di solidarietà nazionale. Naturalmente tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto. Se questo programma non dovesse passare vorrebbe dire che avrebbero vinto gli egoismi di settore e non ci sarebbe più speranza per questo Paese. * * * Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l’ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza.
Si tratta invece d’una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse. Lama parlava in quell’intervista a nome della Federazione sindacale che vedeva uniti con la Cgil anche la Cisl, allora guidata da Carniti, e la Uil presieduta da Benvenuto. Il segretario generale aggiunto della Cgil era il socialista Ottaviano del Turco, tutto il ventaglio sindacale era dunque rappresentato dalle parole di Lama. Quella stessa Federazione fu poi l’elemento fondamentale della lotta al terrorismo che trovò nelle fabbriche e nella classe operaia il più fermo baluardo contro le Br da un lato e contro lo stragismo di destra e dei “servizi deviati” che facevano capo a Gladio e alla P2. Le contropartite che Lama e tutto il sindacalismo operaio chiedevano erano due, una economica e l’altra politica.
Chiedevano, e nell’intervista è detto con estrema chiarezza, una politica di sviluppo e di piena occupazione e chiedevano anche che il sindacato potesse dire la sua sui temi della politica economica, la politica degli investimenti e quella della distribuzione del reddito, cioè della politica fiscale. Le linee di questo programma erano chiare fin da allora e furono perseguite negli anni successivi come risultò anche dalle interviste che ebbi con Lama nel 1980, nell’82 e nell’84. Eravamo diventati amici e con me si apriva con grande sincerità, ma ne parlava anche in interventi pubblici e nelle sedi confederali. Nell’84 la Federazione si ruppe. D’altra parte la mitica classe operaia si stava rapidamente sfaldando sotto l’urto delle nuove tecnologie produttive e dell’economia globalizzata e finanziarizzata. Tanto più è apprezzabile oggi il tentativo che Susanna Camusso sta perseguendo – già iniziato a suo tempo da Guglielmo Epifani – di fare del sindacato un interlocutore essenziale del governo.
Il governo Monti persegue una linea riformista e innovatrice, che trae dall’emergenza la sua investitura ma se ne vale per cambiare i connotati della società italiana, ingessata da molti anni dalle corporazioni, dai conflitti d’interesse a tutti i livelli, dalla partitocrazia prima e dal berlusconismo poi. L’emergenza economica impone al governo gravissimi compiti che producono una diffusa impopolarità e crescenti resistenze. In questa situazione un sindacato forte è l’interlocutore indispensabile a condizione che sia capace di darsi un programma nazionale (come Lama aveva detto nell’intervista sopracitata) che anteponga l’interesse generale del Paese al “particulare” delle singole categorie. Perciò l’intervista di Lama dovrebbe essere riletta nel suo testo integrale dalla Camusso, da Bonanni e da Angeletti, perché è del sindacalismo operaio che si parla e del suo compito d’interprete delle esigenze dei lavoratori e dei pensionati ma anche del bene comune. Naturalmente la situazione del 2012 non è quella del 1978. Sono cambiati gli elementi strutturali dell’economia e della politica; è cambiata la divisione internazionale del lavoro; è cambiato il capitalismo, si sono decomposte le classi, è affondato il comunismo reale.
Quello che dovrebbe essere recuperato nella sua integrità è lo spirito della democrazia formale e sostanziale che si basa soprattutto su un principio: la sovranità del popolo è proporzionale ai sacrifici che gli interessi particolari sono chiamati a compiere in favore del bene comune. “No taxation without representation”, questo fu il motto della nascente democrazia liberale inglese del diciottesimo secolo e questo dovrebbe essere anche il criterio d’una società come la nostra dove l’85 per cento delle imposte personali gravano sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, dove il salario reale è eroso dal costo della vita in costante aumento e dove la ricchezza sfugge in gran parte al fisco. Sono 280 i miliardi che evadono secondo le stime dell’Agenzia delle entrate, e 120 i tributi non pagati.
I principali interessati al rinnovamento del Paese – ma meglio sarebbe dire alla rifondazione dello Stato – sono dunque i lavoratori dipendenti e i pensionati. Se saranno lungimiranti; se anteporranno l’interesse nazionale a quello particolare e quello dei figli a quello dei padri. Naturalmente ottenendo le dovute garanzie tra le quali quella che una volta tanto alle parole corrispondano i fatti e che l’equità impedisca la macelleria sociale. * * * La Cgil, ma anche la Cisl e la Uil, vogliono che l’agenda non sia scritta dal governo ma dai sindacati. Questa richiesta presuppone una forza che in questa situazione il sindacato non ha. Forse l’avrebbe se la crisi riguardasse soltanto l’Italia, ma riguarda il mondo intero, riguarda l’Europa e in generale i paesi di antica opulenza che sono costretti a confrontare i loro costi di produzione con quelli infinitamente più bassi dei Paesi di nuova ricchezza, i diritti sindacali con quelli di fatto inesistenti dei Paesi poveri, i diritti di cittadinanza con quelli anch’essi inesistenti dell’immensa platea dei migranti. Ecco perché l’agenda dei problemi, delle domande, delle richieste, non può essere scritta né dai sindacati né dai governi: è scritta dall’emergenza e dalla necessità di farvi fronte.
Noi siamo uno spicchio della crisi. Abbiamo fatto il dover nostro e il nostro interesse con la manovra sul rigore dei conti appesantiti da una mole di debito. Adesso è il momento della crescita e dello sviluppo. Non dipende solo da noi, lo sviluppo dell’economia italiana. Dipende dall’Europa ed ha del miracoloso il prestigio che il governo Monti ha recuperato dopo la decennale dissipazione berlusconiana. La crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale. Il sindacato può e deve favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo.
La riforma della cassa integrazione è uno dei tasselli. Non piace alla Camusso e neppure alla Marcegaglia ed è evidente il perché. Infatti non potrà essere adottata se simultaneamente non sarà rinnovato e potenziato il sistema degli ammortizzatori sociali. In mancanza di questo il sindacato ha ragione di dire no per evitare quella macelleria che farebbe esplodere una crisi sociale estremamente pericolosa.
Ma in presenza d’un meccanismo di protezione efficiente e robusto il sindacato dovrebbe farlo proprio e accettare la riforma della cassa integrazione. Questi sono i termini del problema se il sindacato vorrà riassumere il ruolo di protagonista. Altrimenti decadrà al rango di lobby come l’avrebbe voluto e ancora lo vorrebbe l’ex ministro del Lavoro Sacconi. A Camusso, Bonanni e Angeletti la scelta.
SOLO la UILCA contesta il software che controlla… gennaio 25, 2012
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Alcune settimane or sono, a seguito dei comunicati ai collaboratori emessi dalle rispettive Rappresentanze Sindacali Aziendali, la Banca ha ritenuto opportuno convocare un incontro con tutte le sigle presenti in Azienda (durata 60 minuti).
In detta occasione tutti i Sindacati hanno convenuto la palese violazione delle Legge 300/70 in merito al divieto di controllo a distanza dei lavoratori e delle lavoratrici….
(per ricevere il testo completo contatta il tuo Rsa uilca in Azienda)
(Adnkronos) LAVORO: ANGELETTI, PRIMA DI SMANTELLARE AMMORTIZZATORI STRUMENTI PIU’ EFFICACI gennaio 24, 2012
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”Prima di smantellare gli strumenti” degli ammortizzatori sociali ”abbiamo bisogno che ce ne siano altri piu’ efficaci e non piu’ disastrosi”. Lo afferma il segretario della Uil, Luigi Angeletti, al termine dell’incontro a palazzo Chigi sulla riforma del mercato del lavoro. Il confronto, sottolinea Angeletti, ”si deve concentrare su questo ”. Si tratta quindi di fare ”un grande lavoro per fare in modo che le persone abbiano la capacita’ di stare sul mercato e crescere.
Su tutto questo siamo disposti a verificare, modificare e discutere”. E su questi temi non ci puo’ essere un confornto formale ma ”deve essere sostanziale, bisogna poter discutere e convenire sulle singole soluzioni. Quello che considereremmo veramente pericoloso e’ uno schema nel quale il governo ci fornisce un documento e noi risponidiamo con un documento e poi la sintesi non si comprende come sara’ fatta”, sottolinea il leader della Uil. ”Non siamo alunni a cui si da’ il titolo di un tema, fanno il lavoro a casa, e poi la professoressa corregge e sottolinea con la matita blu o rossa.
Questo sarebbe un metodo che non porta da nessuna parte”.
Convention 2012, un rispettoso raccoglimento a coloro che soffrono gennaio 16, 2012
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Ai tempi in cui ho iniziato la mia avventura nel mondo sindacale ero un giovane inesperto che non aveva ancora ben capito quale fosse il modello di società a cui aspiravo.
Io, che venivo da una famiglia di imprenditori, trovai subito nel lavoro dipendente palesi diseguaglianze tra capacità e retribuzione. Troppo spesso le retribuzioni non camminavano di pari passo con le capacità, anzi capacità e ruolo ruotavano insieme ad una serie di fattori che non avevano (e non hanno tutt’ora) poco a che fare con il merito o con l’impegno che ogni soggetto profondeva.
La parola d’ordine era: ubbidire, ubbidire e basta.
Piano piano iniziai ad avvicinarmi a colleghi per la maggior parte laureati, che negli anni 68-70 avevano partecipato ai movimenti studenteschi contro i “poteri forti”. Colleghi di entrambi i gruppi linguistici che credevano in una società più giusta ed in un territorio eco-sostenibile che potesse avvicinare le persone ed i popoli.
A quei tempi con l’espressione “pensiero unico” si intendeva rappresentare in senso negativo l’egemonia culturale del liberismo. Ora, con gli anni, l’espressione intende rappresentare tutte quelle iniziative finalizzate ad un obiettivo predefinito i cui pochi portatori ne traggano maggior vantaggio.
Da parte dello scrivente esprimo un lungo e doveroso raccoglimento per coloro che saranno le vittime del pensiero unico nella speranza che un nuovo movimento possa migliorare un mondo del lavoro ormai in costante deriva.
Aprite gli occhi cari colleghi, gli interessi di pochi, sopprimono la libertà di tanti…
Le banche trovano la misura gennaio 9, 2012
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In questi giorni, su una testata a carattere nazionale, è stato pubblicato un interessante articolo sulle campagne pubblicitarie delle Banche. La crisi in atto ha consigliato ai servizi comunicazione di cambiare rotta passando da campagne aggressive a campagne rassicurative.
In poche settimane i toni di voce, i colori ed i contesti sono opposti rispetto ai precedenti. Siamo passati da campagne che vedevano i soldi fuoriuscire da un materasso preso ad accettate, ad un uomo che avanza con fatica in mezzo al temporale approdando in uno sportello bancario luminoso. In altro Istituto siamo passati dalla tristezza alla fiducia, da una Banca che ti guarda dall’alto verso il basso ad una che parla di valori.
Forse la crisi sta cambiando anche gli Istituti e in questa occasione le cose stanno migliorando.
Comunicato Stampa del segretario generale Uilca Massimo Masi gennaio 4, 2012
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Piena solidarietà a tutti i lavoratori di Equitalia
di fronte a minacce e attentati da condannare senza distinguo
La Uilca esprime pieno sostegno e totale solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori di Equitalia, dopo gli attentati e le minacce rivolte a uffici e dirigenti della società di riscossione.
In quest’ambito gli ordigni fatti esplodere davanti alle sedi di Foggia e Modena, la notte di Capodanno, e la busta con un proiettile individuata lunedì 2 gennaio tra la posta destinata al direttore della sede di Torino, sono solo gli ultimi episodi di una campagna intimidatoria e violenta che va condannata senza alcun distinguo o dubbio.
Alcuni “se” e “ma” di triste memoria sono già stati pronunciati e rischiano di indebolire la risposta ferma di contrasto, che deve essere riservata a chi vuole alimentare nel Paese una spirale di odio e violenza, contraria a qualsiasi logica democratica e civile.
La Uilca è quindi dalla parte delle donne e degli uomini che tutti i giorni operano con impegno, professionalità e dedizione in Equitalia, per svolgere il compito di riscossione delle imposte, indispensabile in un Paese civile e fondamentale in uno come l’Italia, dove l’evasione fiscale ha raggiunto livelli intollerabili per l’economia e per la decenza.
In tale azione i lavoratori utilizzano strumenti e metodi attribuiti a Equitalia dal sistema politico, se sono iniqui si apra un serio e concreto dibattito su come modificarli, ma tale discussione non può in alcun modo prendere spunto dall’azione di pochi vigliacchi che colpiscono persone la cui unica presunta colpa sarebbe quella di svolgere il proprio dovere.
Certo non potrebbe essere tollerato un intervento di modifica dei sistemi di Equitalia, che porti, anche solo in parte, a diminuire o attenuare la lotta contro l’evasione fiscale, che deve essere una assoluta priorità del Paese e non vorremmo sia il vero nemico dei sedicenti gruppi anarchici che hanno rivendicato le azioni contro Equitalia.
Il segretario generale della Uilca Massimo Masi
E’ arrivato Abacus gennaio 4, 2012
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Stamattina, primo giorno lavorativo dell’anno, i colleghi hanno trovato il primo “regalo” del 2012. Una nuova procedura, attiva in…
(Per ricevere il testo contatta il tuo Rsa UILCA in Azienda)
