Flexsicurity per chi? dicembre 19, 2011
Posted by eticaemorale in mondo lavoro.trackback
In calce articolo tratto dal sito “lavoro dignitoso.org”
Sintesi di un articolo di Frank Hoffer, esperto dell’Ufficio dell’ILO sulle attività dei lavoratori (ACTRAV)
All’apice dell’euforia di mercato che seguì la caduta del muro di Berlino, tutti sembravano sostenere la ricetta della flessibilità e della deregolamentazione come soluzione ai problemi di disoccupazione, crescita rallentata, inflazione e mancanza di innovazione.
Tuttavia, la grande promessa della flessibilità non si è realizzata. La crescita è rimasta al di sotto della media di lungo periodo, la disoccupazione ha continuato ad essere piuttosto elevata e la produttività non è decollata. Solo i profitti sono cresciuti, mentre i salari e gli investimenti reali ristagnavano. Nel contesto europeo delle società inclusive, del dialogo sociale, del welfare state e dei diritti del lavoro, la flessibilità diveniva un oggetto sempre più difficile da vendere. È in questo momento che la flexicurity entra in scena.
Riferendosi al modello adottato dalla Danimarca, è stato detto al pubblico europeo che niente sarebbe potuto essere gratuito ma che era possibile una situazione “win-win”. Sostanzialmente, la flexicurity si riassume nella promessa per cui “nessuno ha diritto al suo posto di lavoro, ma tutti meritano un’opportunità di lavoro”. La Danimarca, il paese che registra la quota di entrate fiscali sul PIL più elevata al mondo, è stata proposta come modello da seguire per questa nuova politica dalle stesse persone che sostenevano la riduzione delle tasse per accrescere il dinamismo economico. Il modello danese si fonda su uno specifico e raro consenso sociale: il contenimento dei costi raggiunto grazie ad una maggiore flessibilità a livello di impresa deve essere accompagnato da un aumento delle tasse volto a pagare quelle misure di sicurezza che non sono più fornite dalle imprese ma dallo Stato.
Oggi, con le politiche di austerità in funzione del pareggio dei bilanci, l’aggravio fiscale implicito nelle politiche di flexicurity non viene messo sufficientemente in evidenza. La flexicurity maschera lo spostamento del peso della flessibilità verso il lavoratore. In passato, i profitti erano giustificati dal fatto che l’imprenditore era colui che si assumeva il rischio, mentre i dipendenti realizzavano le loro otto ore lavorative al giorno. Sotto il regime di flexicurity ai lavoratori è richiesto di abbandonare questa relazione di lavoro stabile, accettando licenziamenti più facili, elevata mobilità, cambiamenti professionali costanti, contratti a tempo determinato, redditi volatili, ecc.
L’iniezione di insicurezza e imprevedibilità che tutto ciò comporta per la vita degli individui non fa parte dell’equazione. Dopo oltre un decennio di flexicurity, è tempo di guardare in faccia la realtà. La flexicurity non ha funzionato. Mentre promuove la flexicurity, l’Unione europea sta di fatto spingendo per una flessibilità del mercato del lavoro che si traduce in precarietà per milioni di lavoratori in tutta Europa. Un nome attraente non può nascondere la realtà, che dovrebbe essere più giustamente chiamata: flexploitation (flexsfruttamento).